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Il fallimento della War on Drugs: l’intervista a Macarena Fernández Hofmann

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Giovanni Brajato e Raffaella Stacciarini hanno incontrato la coordinatrice del team Politica criminale e violenza in carcere, CELS Argentina (Centro de Estudios Legales y Sociales)

Negli ultimi anni alcuni governi hanno iniziato a parlare di narco-terrorismo per descrivere i cartelli della droga.
Si tratta di una risposta reale all’evoluzione del crimine organizzato o piuttosto di una narrativa politica che giustifica una maggiore militarizzazione?

Si tratta della seconda opzione. È una confusione deliberata di categorie che mira a sfruttare il livello di allarme generato da alcuni di questi gruppi per introdurre una nuova ondata di misure eccezionali, inflazione penale e militarizzazione. Utilizzando l’etichetta di terrorismo per definire il crimine organizzato si ricorre a una categoria molto ampia che legittima interventi militari, detenzioni arbitrarie, esecuzioni extragiudiziali e così via.
L’uso di questa categoria rende invisibili due dinamiche centrali della criminalità organizzata: la connivenza dello Stato e l’integrazione nel sistema economico. Nascondendo questi elementi, il quadro antiterrorismo finisce per aumentare la violenza e risulta inefficace nel limitare il potere di queste organizzazioni. Il problema è la governance criminale, non il terrorismo.

Dopo decenni di guerra alla droga in America Latina, quali sono state, secondo te, le principali conseguenze sociali e politiche di questo approccio?

La guerra alla droga ha fallito. Le conseguenze sul piano dei diritti delle persone sono state molte. Lo spostamento forzato delle comunità dovuto agli interventi militari, la crescita della violenza nei territori, l’inasprimento delle pene e il sovraffollamento carcerario, tra gli altri effetti.
La persistenza delle disuguaglianze economiche e l’espansione dei mercati illegali, come il traffico di armi e di droga — alimentati anche dall’aumento del consumo negli Stati Uniti — hanno contribuito a trasformare l’America Latina in una delle regioni più violente del mondo.

Alla Commissione sugli stupefacenti a Vienna, il presidente colombiano Gustavo Petro ha invitato a superare la logica della guerra alla droga e a puntare su politiche basate sulla salute pubblica e sullo sviluppo.
Che importanza ha il fatto che questo messaggio arrivi nei forum internazionali?

In un contesto in cui gli Stati Uniti impongono un quadro interpretativo basato sull’antiterrorismo, è stata delineata una politica verso la regione che rafforza la sovrapposizione tra terrorismo e crimine organizzato.
Secondo questa impostazione, ciò potrebbe giustificare interventi militari ricorrendo a un articolo di eccezione della Carta delle Nazioni Unite e aprire la strada a un’escalation militare basata su questa interpretazione, con conseguenze molto gravi per la regione.
In questo contesto, e dopo aver ricevuto minacce da parte degli Stati Uniti, le dichiarazioni del presidente colombiano vanno nella direzione opposta rispetto a questa politica di dispiegamento militare.
Sebbene in modo implicito, Petro risponde alla base argomentativa statunitense — fondata su un’idea di pericolo poco argomentata — proponendo invece un approccio che punti a ridurre gli effetti della disuguaglianza sociale.

Hai detto che il crimine organizzato cresce dove si incrociano violenza, disuguaglianza e istituzioni deboli.
Quali politiche pubbliche potrebbero davvero ridurre il potere dei cartelli?

Ci sono due punti centrali.
Da un lato è necessario rafforzare il tessuto sociale e lavorare sulla gestione della violenza attraverso politiche di inclusione nei territori, rafforzando la vita comunitaria.
Le dinamiche del crimine organizzato si rafforzano quando lo spazio sociale si restringe e la presenza dello Stato diventa debole o incerta. Spesso le organizzazioni criminali offrono servizi e opportunità economiche in territori dove altri attori sociali non svolgono questo ruolo.
Dall’altro lato, la connivenza statale è una condizione che permette alle organizzazioni criminali di operare: dalla corruzione e complicità delle forze di sicurezza nei territori fino alla mancanza di controllo sui flussi finanziari.

In alcuni paesi occidentali si stanno adottando politiche di regolamentazione e legalizzazione per togliere profitti alle mafie.
Quali politiche sulle droghe — ma anche quali politiche sociali ed economiche — dovrebbero adottare i governi dell’America Latina per ridurre il potere del narcotraffico e uscire dalla logica della “guerra alla droga”?

Le politiche di regolamentazione e legalizzazione sono efficaci perché permettono di rompere la logica arbitraria ed eccezionale che viene utilizzata per combattere le droghe e che non affronta il problema reale.
In America Latina è fondamentale, soprattutto nei paesi produttori, legalizzare e regolamentare le coltivazioni, oltre a invertire la persecuzione dei consumatori.
Per affrontare il crimine organizzato e le sue pratiche violente è inoltre necessario sviluppare politiche che riducano la disuguaglianza sociale e, allo stesso tempo, rafforzare il controllo sulle azioni dello Stato, sia nelle indagini giudiziarie sia nel contrasto alla corruzione istituzionale.

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