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Cannabis in Europa: i dati dell’European Drug Report

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Venticinque milioni di persone. È questo il numero da cui parte il nuovo European Drug Report 2026 dell’Agenzia europea per le droghe (EUDA).
Tanti sono gli europei che hanno consumato cannabis almeno una volta nell’ultimo anno. Una cifra che da sola basta a ricordare un dato ormai difficilmente contestabile: la cannabis continua a essere la sostanza illecita più diffusa del continente.

Ma a cambiare non sono soltanto i numeri: cambia il mercato, cambiano i prodotti, cambiano le modalità di consumo e, lentamente, stanno cambiando anche le politiche pubbliche.
A rimanere sorprendentemente immobile è soprattutto il paradigma proibizionista, che continua a confrontarsi con una realtà sempre più distante dal momento storico in cui è stato istituito a livello globale.

Secondo l’EUDA, l’8,7% degli adulti europei tra i 15 e i 64 anni ha fatto uso di cannabis negli ultimi dodici mesi. Nella fascia 15-34 anni, l’Italia risulta il Paese con la percentuale di prevalenza di consumo più alta (21%), seguita da Francia e Spagna, rispettivamente al 18% e al 19% – a ulteriore conferma che il ricorso a politiche repressive, una delle cifre distintive del governo Meloni, si evidenzia come una politica di bandiera alla prova dei fatti del tutto inefficace in termini di gestione e controllo del fenomeno.
Circa 4,5 milioni di persone fanno un uso quotidiano o quasi quotidiano della sostanza. Numeri elevati, ma tutt’altro che uniformi. Le tendenze nazionali mostrano infatti un quadro molto più sfumato: alcuni Paesi registrano un aumento dei consumi – come nel caso di Italia, Germania, Croazia, Spagna e Norvegia, così come altri attestano una una lieve flessione – Francia, Repubblica Ceca, Finlandia ed Estonia, per citarne alcuni. 

Ad apparire in trasformazione è soprattutto il mercato.
Accanto alle forme tradizionali di hashish e infiorescenze, negli ultimi anni sono comparsi estratti ad alta concentrazione, prodotti commestibili, derivati del CBD e nuovi cannabinoidi semisintetici. Un panorama sempre più diversificato che, osserva l’agenzia europea, rende più difficile valutare i rischi e progettare risposte efficaci nel quadro del mercato illegale, laddove l’adulterazione dei prodotti costituisce la principale questione di salute pubblica.

Negli ultimi dieci anni la concentrazione media di THC della resina sequestrata in Europa è aumentata del 66%, mentre quella delle infiorescenze è cresciuta del 19%, con valori medi stimati rispettivamente al 24% e al 12%.
Dal punto di vista economico, il mercato continentale continua a valere oltre 12 miliardi di euro, garantendo profitti enormi alle organizzazioni criminali e adattandosi continuamente alle attività di contrasto. Droni, imbarcazioni veloci e nuove rotte dal Nord America e dalla Thailandia raccontano una dinamica ben nota: la repressione ha modificato le metodologie del traffico, non ha certamente eliminato domanda e offerta.

Nel corso del 2024, sono state eseguiti 252mila sequestri di resina per un totale di 321 tonnellate e 219mila sequestri di infiorescenze per un totale di 199 tonnellate. In entrambi i casi, i valori risultano in regressione rispetto al 2023.
La produzione, inoltre, non arriva più soltanto dall’esterno: sono migliaia le coltivazioni che ogni anno vengono smantellate all’interno dell’Unione europea. La Spagna da sola concentra tre quarti delle piante sequestrate nel continente. Un dato che mostra ancora una volta come il proibizionismo non abbia impedito lo sviluppo di un mercato stabile, articolato e capace di adattarsi.

Anche sul fronte sanitario emerge un quadro più complesso degli slogan. Nel 2024 oltre 100mila persone sono entrate in trattamento per problemi legati alla cannabis, ma mediamente trascorrono undici anni tra i primi consumi e l’accesso ai servizi. Un dato che appare secondario ma sul quale è invece necessario soffermarsi, e che letto in controluce rivela in maniera limpida l’impatto degli invii presso le comunità di trattamento disposti dalle autorità giudiziarie.

Nel frattempo qualcosa si muove anche sul piano normativo. Malta, Lussemburgo e Germania hanno introdotto forme di coltivazione domestica e possesso legale limitato. Nei Paesi Bassi prosegue la sperimentazione della filiera regolamentata, mentre la Repubblica Ceca ha appena autorizzato la coltivazione di tre piante per uso personale. Modelli differenti, accomunati da un elemento che l’EUDA considera fondamentale: monitoraggio e valutazione.
In aggiunta, è infatti in corso di sviluppo da parte dell’EUDA un Cannabis Policy Toolkit, uno strumento pensato per agevolare i decisori politici nella valutazione degli effetti dei diversi modelli di regolamentazione.

È forse questo il cambiamento più interessante che emerge dal rapporto. Sempre più Paesi sembrano aver compreso che le politiche sulle droghe non possono essere affrontate come questioni di fede, ma come strumenti da valutare sulla base dei risultati.
E i risultati dell’approccio repressivo continuano a essere sotto gli occhi di tutti. Nel solo 2024 in Europa sono stati registrati circa 477mila reati per uso o possesso personale di cannabis.
Quasi mezzo milione di interventi penali che convivono con il più grande mercato illecito del continente e con milioni di consumatori.
I numeri dell’ultima edizione dell’European Drug Report fotografano dunque una panoramica piuttosto chiara, e l’idea che il divieto possa ancora rappresentare una soluzione continua invece ad apparire sempre più come un’ideologia appartenente al lontano Novecento.

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