Cannabis e Mafie: cosa ci dice la nuova relazione della DIA

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Alcune settimane fa è stata resa pubblica la Relazione della Direzione Investigativa Antimafia relativa al secondo semestre del 2020, che analizza nel dettaglio il quadro degli illeciti portati avanti dalle mafie italiane, in costante rapporto tra loro attraverso l’instaurazione di accordi e spartizioni, rendendo in questo modo maggiormente complesso il lavoro degli apparati investigativi.

È semplicistico riassumere la totalità dei traffici in un articolo, ma sono almeno tre gli aspetti centrali da tenere in conto, che danno senso alla nostra battaglia sulla legalizzazione della cannabis.

Partiamo dal primo focus, i dati: nell’anno 2020 i sequestri di droga sono aumentati, con una riattivazione del Porto calabrese di Gioia Tauro, segnalato come ‘silente’ nelle ultime relazioni. 

Il secondo punto riguarda la consolidata capacità delle mafie, in particolare la ‘ndrangheta, di riciclare il denaro e immetterlo all’interno dell’economia legale acquistando, spesso tramite la minaccia dell’estorsione, attività in via di fallimento. Questa è una minaccia rilevante per le imprese sane presenti sul mercato, nonché per tutti i settori economici.

La domanda che tutti dovrebbero porsi è: da dove arrivano quei soldi?
La risposta è semplice: dai traffici delle sostanze stupefacenti.

Il terzo aspetto da tenere in considerazione è invece l’abilità di auto-conservazione delle mafie, costruita nel tempo attingendo alla tradizione familistica.

Sono numerosi i sequestri di Cannabis nella seconda metà del 2020, in particolare nel Sud Italia, territorio con luoghi e condizioni climatiche ideali rispetto ai rendimenti della pianta. Alcuni esempi: il 2 agosto 2020 a Taurianova sono state sequestrate circa 7000 piante di marijuana che, al dettaglio, avrebbero fruttato oltre 3 milioni di euro. Tre giorni dopo quattro persone sono state arrestate a seguito della scoperta di due piantagioni di marijuana all’interno di due diverse aree demaniali nel reggino, per un totale di 1.200 piante. Il 14 agosto 2020, in zona aspromontana, 950 piante di cannabis sono state rinvenute in un’area impervia. Il 3 settembre 2020 la Guardia di Finanza ha sequestrato 6 quintali di marijuana e 5.200 piantine di canapa. Queste sono solo alcune delle operazioni, e solo all’interno della regione Calabria.

Se ci spostiamo in Sicilia calano i sequestri di cannabis a livello quantitativo, ma dobbiamo ricordare che oggi molte sostanze stupefacenti vengono prodotte in loco da Cosa Nostra, che poi le rivende nel territorio grazie ad una precisa costruzione delle piazze di spaccio.

La criminalità pugliese e lucana dal canto suo si conferma un crocevia cruciale per quelli che sono i traffici con i clan albanesi, sempre attivi, in particolare con la compravendita di cannabis. La produzione di cannabis è sviluppata soprattutto nella zona del Gargano, grazie alle sue condizioni morfologiche e climatiche adeguate.

Infine, in Sardegna, non troviamo altro che le ‘bande’, che contrattano con le mafie continentali, in particolare con la ‘ndrangheta.

Questa rete costruita nel tempo permette alle mafie di avere una visione dall’alto su ciò che muove: non si spiegherebbe altrimenti il livello di espansione della ‘ndrangheta, che secondo il rapporto è riuscita a creare basi solide anche in Australia, basi che permettono di continuare a guadagnare denaro.

L’ultima Relazione della Direzione Centrale dei Servizi Antidroga chiariva come il solo ricavo degli introiti relativi alla cannabis superi i 6 miliardi di euro, un valore in continua crescita. A livello generale gli introiti si aggirano sui 16 miliardi di euro: il 39% per uso da derivati di cannabis e il 32% per uso di cocaina.

Questi introiti rappresentano una pesante problematica per la nostra economia. Per dirla con le parole dell’Avvocato Generale della Corte d’Appello di Reggio Calabria, Fulvio Rizzo: la ‘ndrangheta “ha assunto ormai le caratteristiche di una holding del crimine, che pur mantenendo una sua solida capacità di controllo delle attività illecite nel territorio, foraggiandosi con le estorsioni e il traffico di stupefacenti, ha mostrato la capacità di gestire, grazie ai capitali illeciti, le attività economiche commerciali ed imprenditoriali per riciclare i profitti e legittimare le disponibilità finanziarie, con una capacità di mimetismo tale da inquinare dall’interno le attività economiche lecite e drogare la concorrenza”.

Aggiungere altro a questa affermazione derivante dall’esperienza è inutile, perché è sufficiente per far capire che il problema relativo alla cannabis non riguarda solamente i consumatori, ma tutti i cittadini italiani. 

Riprendiamo un momento il terzo ed ultimo motivo, spesso sottovalutato ma fondamentale: la capacità di mantenere un assetto familistico impenetrabile favorisce la produzione di accordi a livello ormai transnazionale, rendendo le mafie capaci di attirare verso di sé sempre nuovi lavoratori (spesso persone che cercano aiuto e lo trovano nel ‘welfare di prossimità’ mafioso). Corruttori e corrotti, traffici e riciclaggio, persone sfruttate dall’infimo potere che garantisce, previo giuramento di fedeltà, un ‘salvataggio’ da parte della criminalità organizzata che assume un ruolo (fintamente) tutelativo.
Tre motivi: non sono gli unici, ma sono quelli da ripetere a chi dice che questa è una battaglia di pochi, mentre in realtà è una battaglia di tutti.

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