Raffaella Stacciarini scrive delle difficoltà vissute da chi in Italia si cura con la cannabis
L’uso terapeutico della cannabis in Italia è una di quelle verità consolidate che continua a essere trattata, nei fatti, come una colpa. Esiste, è legale, viene prescritta dai medici, viene distribuita nelle farmacie, viene persino prodotta dallo Stato. Eppure continua a vivere dentro un cono d’ombra morale, burocratico, culturale: come se il paziente dovesse continuamente giustificarsi e come se il dolore avesse bisogno di un ulteriore permesso politico.
È legale dal 2006, quasi vent’anni. E dal 2015 lo Stato italiano ne ha avviato la coltivazione attraverso lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze. Un fatto che basterebbe, da solo, a spazzare via decenni di propaganda tossica: lo Stato produce cannabis perché la cannabis terapeutica è una medicina, non un vizio da tollerare con imbarazzo. Una medicina.
Dietro quell’aggettivo – “terapeutico” – ci sono persone con dolore neuropatico, sclerosi multipla, epilessia farmacoresistente, effetti collaterali devastanti delle chemioterapie, patologie degenerative. Ci sono insomma vite concrete che trovano beneficio clinico documentato nei cannabinoidi. Ma in Italia continua ancora ad accadere qualcosa di profondamente irrazionale: la scienza viene accettata formalmente e sabotata materialmente.
Perché il problema oggi non è la legalità dell’uso terapeutico della cannabis, il nodo centrale è l’accesso.
Le quantità disponibili spesso non bastano, e quindi le forniture saltano, e le varietà prescritte spariscono per mesi, e i pazienti sono costretti a cambiare terapia, o a interromperla, non per scelta medica, ma per assenza di prodotto. Alcune regioni garantiscono la copertura economica, altre no. In alcune zone trovare una farmacia preparata è un percorso a ostacoli che fiacca e scoraggia.
Nel frattempo, lo Stato continua a importare cannabis terapeutica da Paesi Bassi, Canada, Germania, perché la produzione nazionale resta insufficiente rispetto al fabbisogno reale.
Ed è qui che emerge il cuore politico della questione: l’Italia non ha mai davvero deciso di considerare la cannabis terapeutica una terapia come le altre. L’ha legalizzata senza normalizzarla (consentita, ma con circospezione; ammessa, ma mai davvero riconosciuta).
È il riflesso plastico della cultura proibizionista, una cultura che non distingue tra uso problematico e uso medico, tra propaganda morale e evidenza scientifica, tra controllo sociale e salute pubblica.
Nel nostro Paese il corpo del paziente continua a essere terreno di disciplinamento ideologico: lo si vede ogni volta che una persona malata deve sentirsi dire che “la cannabis è droga” anche con una prescrizione medica in mano. E nella paura dei medici, nella disinformazione istituzionale, nell’ipocrisia di una politica che usa il tema come strumento identitario mentre migliaia di persone cercano semplicemente continuità terapeutica.
Ma una democrazia liberale si misura anche da questo: dalla capacità di sottrarre la sofferenza alla propaganda.
La cannabis terapeutica non chiede indulgenza: chiede serietà, programmazione, ricerca e produzione adeguata, oltre a un accesso uniforme sul territorio nazionale. Chiede che la medicina venga lasciata alla medicina e non sequestrata dall’ideologia.
Perché quando un paziente non riesce ad accedere a una terapia legale, prescritta e riconosciuta, non siamo davanti a un incidente burocratico. Siamo davanti a una (precisa, infima) scelta politica.




