Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare Di Firenze

Storia e fallimenti dello Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze

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Nei giorni scorsi, lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze (SCFM) ha annunciato la sospensione della produzione di Cannabis a fine medico, almeno fino a Giugno 2023.
Nell’attesa della pubblicazione di un comunicato ufficiale, la motivazione addotta dal colonnello Gabriele Picchioni, direttore dello stabilimento, riguarda la realizzazione,  già programmata, di una nuova linea produttiva.
A lanciare l’allarme, nello scorso Febbraio, furono i membri del personale, che, tramite la propria Rappresentanza Sindacale Unitaria, denunciarono le carenze strutturali dello SCFM, a detta degli operai ostative al prosieguo della produzione.
La notizia getta l’ennesima ombra su un progetto che, a fronte di stanziamenti lievitati nel tempo fino a oltre quattro milioni annui, ha conseguito esiti fallimentari, di cui la mancata tutela dei diritti delle migliaia di pazienti rappresenta l’aspetto più problematico.
Nonostante “i lotti delle sostanze sono prodotti in base ai consumi degli anni precedenti e alle richieste delle Regioni e delle Province autonome”, e sebbene “la comunicazione delle stime consente allo SCFM un’adeguata programmazione della produzione di Cannabis in quantità sufficienti alle necessità terapeutiche dei pazienti per evitare carenze”, citando il sito istituzionale del Ministero della Salute, la realtà dei fatti è ben diversa.

La produzione nazionale di Cannabis a fine medico è stata avviata nel 2014 presso lo SCFM.
Fino al 2017, anno del primo raccolto utile, stimato in circa 60 chili, è stato necessario sopperire alla carenza di materia prima tramite importazioni dall’estero.
Dal 2017 in poi, le vendite di Cannabis distribuita dallo SCFM sono cresciute a ritmo costante, dai 147 chili del 2018 ai 157 chili del 2019, dai 243 chili del 2020 ai 278 chili del 2021 (ultimo anno per cui sono disponibili dati), pur se il prodotto ha continuato a rivelarsi deficitario in qualità e insufficiente in quantità.
Nello stesso intervallo di tempo, infatti, il numero delle persone che si sono rivolte alla terapie cannabinoidi è salito fino a circa cinquantamila unità, con un aumento dei quantitativi consumati che, in soli sette anni, è cresciuto di oltre venti volte, passando dai 58 chili del 2014 agli oltre 1.270 chili del 2021: l’Estimated World Requirements of Narcotics Drugs, il report annuale con cui l’International Narcotics Control Board stima le richieste dei singoli Stati riguardo l’approvvigionamento di precursori di droghe con finalità mediche, ha valutato il fabbisogno italiano per il 2023 attorno ai 2.600 chili.
Neanche le importazioni, progressivamente limitatesi alla Cannabis proveniente dai Paesi Bassi, sono riuscite a sopperire a tali carenze.

Negli ultimi nove anni, in Italia si sono avvicendati sei governi, tre legislature e quattro ministri della salute: gli appelli da parte delle associazioni di pazienti sono sempre andati incontro a risposte istituzionali inadeguate, quando non peggiorative.
Basterebbe citare i decreti governativi atti a limitare le possibilità di accesso alle terapie, come quelli emanati da Speranza nel 2020, oppure i tavoli tecnici le cui conclusioni sono rimaste irrealizzate, come quello appositamente istituito nell’ambito della Conferenza Nazionale Dipendenze 2021 di Genova, o ancora le centinaia di processi a carico di pazienti, come nel caso di Walter De Benedetto.
Del tavolo tecnico permanente formalmente istituito a Novembre 2021 si sono perse le tracce.
Gli sviluppi più recenti non hanno comportato evoluzioni significative.

Il 24 Ottobre 2021, ospite alla trasmissione Mi manda Raitre, l’allora Sottosegretario alla Salute Andrea Costa si faceva portavoce dell’impegno del governo Draghi circa la pubblicazione di bandi per concedere possibilità di produzione anche ad aziende private e pubbliche, al fine di raggiungere autosufficienza produttiva.
Sin dall’inizio, la misura era andata incontro a riserve e criticità.
Nel Dicembre 2021, un comunicato congiunto, sottoscritto da diverse associazioni di pazienti, esprimeva preoccupazione: “Abbiamo appreso, mezzo stampa, notizie contrastanti; se da una parte è stata prevista una diminuzione della produzione attesa dallo Stabilimento di Firenze da 500 chili del 2021 a 400 del 2022, come previsto dall’appena approvato decreto del 26 Novembre 2021, dall’altra viene annunciato un accordo per l’ampliamento della produzione nazionale di Cannabis nello stabilimento farmaceutico (…) Come si conciliano le recenti affermazioni, con quanto appena approvato?”
Che Costa difettasse di cognizione di causa lo si era compreso qualche giorno dopo, quando l’ex sottosegretario, rispondendo a un’interrogazione parlamentare avanzata da Fratelli d’Italia sul tema della carenza di produzione e reperibilità delle terapie cannabinoidi, comunicò di aver autorizzato tre aziende private alla produzione di cannabidiolo, senza fare alcun riferimento al tetraidrocannabinolo, il principio attivo maggiormente utilizzato in ambito medico.
Le condizioni stesse per partecipare alla manifestazione d’interesse, vincolate al divieto di utilizzo dei led e all’obbligo di almeno 500 chili di produzione, si sono inoltre rivelate proibitive, portando i bandi a rimanere in un primo tempo inattuati.

Ultimamente, il tema è tornato alla ribalta a seguito di un’intervista rilasciata a Fanpage dal ministro della Difesa Crosetto, il quale ha sostenuto la realizzazione di investimenti finalizzati a garantire 700 kg di produzione da parte dello SCFM.
Eppure, le ultime misure economiche risalgono a un emendamento a firma Riccardo Magi, inserito in Legge di Bilancio 2021, che dispose un raddoppio dei fondi da destinare allo SCFM (passati da 1,8 milioni a 3,6 milioni), così come l’ampliamento della capacità produttiva dell’impianto è dovuto a un intervento del governo Draghi.
Di fatto, le parole del ministro non hanno ancora ricevuto riscontri.
E non ha mai trovato riscontro neanche il riferimento alla cifra di 700 chili indicata da Crosetto: il decreto sui quantitativi di sostanze stupefacenti autorizzate a produzione a vendita, pubblicato in Gazzetta Ufficiale – serie 272 del 21/11/2022, non presenta alcuna congruenza con quanto riferito dal ministro.
Anzi, al contrario, esso si limita ad assegnare nuovamente allo SCFM la produzione di infiorescenze di Cannabis, predisponendo inoltre una richiesta di soli 400 chili.
C’è un altro elemento da tenere in considerazione. Gli unici accenni agli ipotetici investimenti annunciati da Crosetto sono contenuti in due note presenti sul sito di Agenzia Industrie Difesa, ente di diritto pubblico da cui dipende lo stabilimento di Firenze, rispettivamente del 10 Febbraio 2023 e del 14 Febbraio 2023.
Ma, in entrambi i casi, si tratta di news di aggiornamento, e non di comunicati stampa ufficiali.
E, infatti, il 6 Marzo, tramite una nota che smentisce definitivamente le affermazioni del ministro della Difesa, AID comunica di aver chiuso la prima fase della manifestazione d’interesse per la selezione delle aziende da autorizzare alla produzione di Cannabis a fine medico.

Se la scelta è stata infine quella di privilegiare l’iniziativa privata, non si può dunque che esprimere perplessità in merito alle parole del colonnello Daniele Picchioni, che non più tardi di tre mesi fa stabiliva come obiettivo per il 2023 un record di produzione di 500 chili.
Affermazioni che, ex post, risuonano involontariamente grottesche, oltre che emblematiche di quell’assenza di progettualità, pragmaticità e senso pratico che ha contraddistinto quasi un decennio di attività dello stabilimento, connotato da difficoltà tecniche e logistiche, esiguità dei dati forniti e approssimazione delle stime.
Le azioni da mettere in campo con urgente necessità sono quelle emerse dalla Conferenza di Genova, a partire da istituzione di un’agenzia nazionale della Cannabis, allargamento delle patologie rimborsabili e liberalizzazione delle importazioni.

In definitiva, è possibile considerare una buona notizia l’apertura a realtà private, pur secondo i tempi dilatati della burocrazia italiana.
Ad ogni modo, ciò è ben lungi dal rappresentare una soluzione definitiva, proponendosi più che altro come strumento accessorio a una gestione della problematica che includa il coinvolgimento di attori statali. 
Da selezionare secondo corretti criteri di competenza e opportunità, essendo l’Italia il solo Stato al mondo a delegare all’esercito la propria produzione di farmaci cannabinoidi.





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