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DUE BIG SULLA TRACCIA: Coffee Break intervista Leonardo Fiorentini

21 Aprile 2022 Giovanni Brajato Comments Off

Partiamo dalla fine: presentazione del XII Libro Bianco. Sarebbe interessante sapere come giudichi l’evoluzione della situazione italiana, sulla base dell’esperienza maturata dalle precedenti edizioni.

Purtroppo possiamo dire che la situazione si sia involuta, più che evoluta. Quando abbiamo cominciato a lavorare sul Libro Bianco, nel 2008, era appena stata approvata la Fini-Giovanardi: parliamo quindi di un testo che nasceva dall’intenzione di dare un quadro degli effetti dei dati dell’applicazione delle politiche iper-proibizioniste di quella legge. Vale la pena ricordare che la Fini-Giovanardi assimilava tutte le sostanze, penalizzandole allo stesso modo, con una pena prevista dagli ottosei ai venti anni per lo spaccio. Gli effetti furono devastanti per il sistema penale e giudiziario italiano: noi verificammo un immediato inasprimento nei numeri degli ingressi in carcere ai danni di detenuti molto spesso dichiarati tossicodipendenti, fino adper arrivare poi a quel picco che ha poi causato la condanna dell’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel 2012. Quella sentenza, la cosiddetta Torreggiani, per trattamenti disumani e degradanti a causa del sovraffollamento carcerario, provocò una serie di interventi legislativi volti a mitigare, in particolare, gli effetti della legge sulle droghe. La quale, giunti oramai alla dodicesima edizione del Libro Bianco, si è dimostrata essere il volano, in positivo o in negativo, delle politiche repressive e penitenziarie italiane.

A proposito di questo, apprendiamo dall’ultimo Libro Bianco che il 2020 ha fatto segnare il record di processi penali pendenti per articoli 73 e 74. Ulteriori numeri a conferma dell’unicum rappresentato dal caso Italia.

L’Italia, su questo, potrebbe essere considerato un caso mondiale. Sicuramente lo è a livello europeo, avendo il doppio della media europea di detenuti per droghe.

Nello specifico, il dato sui processi del 2020 è certamente viziato dal lockdown, quindi dalla momentanea sospensione delle attività giudiziarie, evento che ha causato ritardi e accumulazione di fascicoli. Su questo sarà interessante confrontare con i dati del 2021.

L’elemento che però verifichiamo sin dal 1990, cioè dall’approvazione della Iervolino-Vassalli, nata sulla scia della seconda War on Drugs e della dottrina di Nancy Reagan “Just say no”, fu che quella legge provocò un eclatante innalzamento del numero dei detenuti italiani. Consideriamo che la Iervolino-Vassalli, fino al referendum del 1993, puniva con il carcere anche il semplice consumo di sostanze illecite. Con la Fini-Giovanardi questo picco riprese, fino ad arrivare a un massimo di oltre sessantamila detenuti. Le successive abrogazioni delle parti maggiormente repressive, che nel 2014 culminarono nella dichiarazione di incostituzionalità, riuscirono a mitigare l’emergenza. Eppure, già a partire dal 2015, si osserva una vigorosa ripresa di queste politiche repressive.

Le politiche internazionali che hai citato ci riportano al Referendum Cannabis e alla sua bocciatura da parte della Corte Costituzionale. A poco meno di due mesi di distanza, quali sono le riflessioni che hai maturato sulla campagna referendaria?

La campagna referendaria mi ha lasciato grande entusiasmo e grande rabbia. Grande entusiasmo per una mobilitazione eccezionale, considerando tempi e modalità, veicolata con un’incredibile diffusione e dall’azione diretta da parte dei singoli. Un blitz condiviso da centinaia di migliaia di persone resesi parte attiva. Grande rabbia perché l’irrituale conferenza stampa del Presidente Amato ha reso evidente la volontà politica di non far votare gli elettori su temi come Cannabis ed eutanasia, sensibili per i cittadini. Si tratta di argomenti che hanno a che fare con la quotidianità delle persone: sono più di sei milioni i consumatori di Cannabis, ognuno di noi ha avuto a che fare con familiari, parenti, amici che hanno dovuto affrontare il problema del fine vita. Non solo: come se ciò non bastasse, durante la conferenza stampa si è cercato di ridicolizzare l’impegno dei comitati promotori mediante imprecisioni e omissioni. Imprecisioni e omissioni che, infatti, in qualche modo sono state rettificate dalla sentenza ufficiale della Corte Costituzionale.

Si è trattato di errori inspiegabili da parte di chi assume la più importante carica di garante del rispetto delle leggi nel nostro Paese. Siamo dunque stati obbligati, metaforicamente, a rincorrere quella sentenza, al fine di spiegare la validità del quesito proposto.

Anche perchèInoltre, come è stato messo nero su bianco dalle Nazioni Unite nell’ambito dell’Assemblea Generale del 2016, le convenzioni possono essere interpretate e applicate con flessibilità all’interno delle legislazioni e dei sistemi giuridici nazionali.

Riguardo le applicazioni nazionali, mi soffermo su un dato: dal 1990 al 31 Dicembre 2019, su un totale di circa un milione e trecentomila segnalazioni per articolo 75, relativo alla sanzione amministrativa, la sola Cannabis ricorre in quasi un milione di casi. Segno evidente dello squilibrio insito nell’applicazione della Iervolino-Vassalli.

Aggiungo che, guardando alle statistiche in maniera progressiva, si nota immediatamente un’inversione nell’applicazione dell’articolo 75: negli anni ’90, la maggior parte delle sanzioni riguardava eroinacocaina ed eroinacocaina. Solo a partire da inizio millennio la Cannabis ha iniziato a monopolizzare le cifre. Attualmente, il 73% delle segnalazioni alle prefetture ha a che fare con la Cannabis. Il dato più eclatante, a mio modo di vedere, è in quel 97% di minorenni segnalati esclusivamente per Cannabis – numero, questo, in costante aumento. Ciò vuol dire che la legge sulle droghe è un eccezionale strumento, in mano allo Stato e alle forze dell’ordine, per reprimere in particolare le giovani generazioni. Sette processi su dieci per droghe illecite finiscono con una condanna: è troppo facile perquisire, segnalare, imputare e condannare, rifacendosi alla 309/90. Del resto Èè sufficiente la semplice detenzione per essere condannati a sanzioni penali o amministrative.

Cosa che, per inciso, rappresenta un’assoluta eccezione all’interno del nostro quadro giuridico (e non solo), dove è l’accusa a dover dimostrare la supposta colpevolezza dell’imputato. Nel caso della 309/90 avviene esattamente l’opposto.

Tant’è che, in Italia, per un’applicazione pedissequa delle fattispecie elencate nella Convenzione del 1961, la maggior parte dei processi non viene celebrata in merito alle attività di traffico o cessione di Cannabis, ma in merito alla detenzione. Evenienza che rende possibile condannare chiunque venga trovato in possesso di sostanze illecite sulla base di vaghi sospetti di spaccio. Si passa così, con molta facilità, da una sanzione amministrativa a una condanna.

Parlavi di generazioni più giovani. Assistiamo ogni anno al finanziamento di operazioni come Scuole Sicure, e, nonostante dal 2017 sia stato stipulato un protocollo d’intesa fra Dipartimento Antidroga e Ministero della Pubblica Istruzione, prevenzione e approfondimento negli istituti scolastici continuano a essere demandati alle forze dell’ordine, piuttosto che a medici e personale sanitario.

Purtroppo si continua a perseguire una via dogmatica del proibizionismo come repressione, delegando alle forze dell’ordine qualsiasi attività connessa alle sostanze. Diventa quindi normale, per un preside, chiamare il Maggiore della Guardia di Finanza a parlare di prevenzione del consumo di droghe. Cosa che rappresenta un messaggio tremendo nei confronti dei ragazzi, i quali non vengono informati secondo le evidenze scientifiche, bensì mediante modalità terroristiche, con una conseguente mancata percezione di credibilità da parte dei più giovani. Di contro, proprio laddove la vendita e la produzione di Cannabis sono state regolamentate, come in Uruguay, si è verificato un aumento della percezione del rischio: ciò è possibile solo quando le persone vengono informate sui pericoli derivanti dal consumo di sostanze in maniera imparziale e scevra da pregiudizi. In Canada, a seguito della legalizzazione, gli incidenti alla guida sotto effetto di sostanze  i comportamenti pericolosi sono diminuiti: il mettersi alla guida sotto effetto di cannabis, èsono diminuti del 4038%.

È evidente che, laddove si continua a punire persino il consumo, sebbene per via amministrativa, un minore non sarà mai portato ad avere un confronto sereno e libero con l’educatore che si trova davanti, perché il tipo di sensibilizzazione che viene fornita rimane vincolata agli aspetti penali. 

Parlando invece di notizie internazionali: che effetti pensi possa avere l’approvazione del MORE Act da parte della Camera degli Stati Uniti?

Importante sottolineare che si tratta solo di un primo voto, e che il passaggio al Senato si preannuncia come più complicato, in considerazione dei numeri. Detto questo, i rapporti di forza si presentano oggi come diversi rispetto alla fine del 2020, quando il MORE Act venne approvato per la prima volta, in maniera più simbolica che altro, dato che l’amministrazione Trump era allora in dirittura d’arrivo. Ciò che reputo maggiormente importante è il messaggio: la nazione che ha rappresentato la culla della War on Drugs, nella sua Camera dei Deputati, ha approvato una legge che, di fatto, toglie la Cannabis dall’illegalità.

Ricordo che il passaggio al Senato potrebbe dimostrarsi laborioso anche in considerazione dell’operato di Chuck Schumer, capogruppo democratico, che negli ultimi mesi ha lavorato su una ulteriore e diversa proposta di legge, da presentare ad Aprile.

Ad ogni modo, si tratterebbe di una decisione in grado di cambiare integralmente la prospettiva sulle sostanze illegali, a partire dalla Cannabis.

Un parere sulle prospettive italiane, alla luce della proposta di legge sulla coltivazione domestica attualmente al vaglio in Commissione Giustizia, e del ddl per una globale regolamentazione recentemente presentata in Senato da Gianni Pittella.

Per quanto riguarda il secondo caso, si tratta di una proposta di legge che Società della Ragione aveva presentato già nella scorsa legislatura, per mezzo del Senatore Luigi Manconi, nonché da Della Seta nel corso della legislatura precedente. È un testo presente nel Libro Bianco, molto vicino a quello della legge di iniziativa popolare presentata da Legalizziamo! nel 2016. Rrappresenta una proposta in grado di costruire un regime di legalità per la Cannabis, semplificando il quadro normativo e rimandando a decreti ministeriali per una sua concreta applicazione. Credo che il fatto importante sia che provenga da una parte del Partito Democratico non consueta, almeno su questi temi.  Sappiamo che i tempi di questa legislatura rendono difficile il prosieguo dell’iter che riguarda il ddl Perantoni, ma è comunque importante che il legislatore possa disporre di varietà di scelta.

Circa il ddl Perantoni, appena citato, temo che la calendarizzazione fissata per Giugno possa dimostrarsi uno specchietto per le allodole qualcosa di effimero,. Ma questo non ci farà certo fermare la campagna di pressione, perchè sarebbe molto pur essendo molto importante che il dibattito sulla Cannabis arrivasse finalmente in aula almeno alla Camera e si arrivasse ad un voto. venga finalmente portato all’interno delle istituzioni.

Per concludere, mi piacerebbe ricordare il progetto l’Onda Verde – Podcast.

L’Onda Verde podcast nasce prima di tutto come l’esigenza di approfondire e dare continuità ai temi contenuti nell’omonimo libro, uscito l’anno scorso. Da un lato quindi la volontà di andare più a fondo, con interviste e contributi di studiosi, attivisti e politici, ai ragionamenti fissati su carta nel libro, con la flessibilità e la freschezza di uno strumento diverso, come il podcast. Dall’altra la necessità di mantenerne in qualche aggiornati i contenuti: del resto l’onda verde continua, e pur essendo nemmeno passato un anno dalla pubblicazione del libro, di cose ne sono successe tante, dal referendum cannabis a cui sono dedicate le prime due puntate, sino alla legalizzazione della coltivazione ad uso personale a Malta, o restando in europa, gli sviluppi in Lussemburgo e Germania. E’ un progetto reso possibile dall’Associazione Luca Coscione che è ascoltabile gratuitamente sul canale Spreaker Agenda Podcast e su tutte le piattaforme di distribuzione.