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Droghe e discriminazione

La guerra alla droga non colpisce tutte le persone allo stesso modo. È una constatazione che attraversa da anni il dibattito sulle politiche proibizioniste e che ora torna, con particolare nettezza, in un rapporto…

Data
23 settembre 2026
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6 min

La guerra alla droga non colpisce tutte le persone allo stesso modo. È una constatazione che attraversa da anni il dibattito sulle politiche proibizioniste e che ora torna, con particolare nettezza, in un rapporto elaborato dall’International Independent Expert Mechanism to Advance Racial Justice and Equality in Law Enforcement (EMLER), il meccanismo indipendente istituito dall’ONU per analizzare razzismo e discriminazioni nelle attività delle forze dell’ordine. Il report è stato presentato a Ginevra nel corso della 63esima sessione del Consiglio ONU per i Diritti Umani, tenutasi tra il 7 Settembre e il 7 Ottobre 2026.
Il focus del documento è costituito dalla correlazione tra politiche sulle droghe, discriminazione razziale e giustizia penale in riferimento alle persone di origine africana.

Stando al gruppo di esperti, le politiche sulle droghe non possono essere infatti valutate soltanto in base alla valutazione di sequestri, arresti o quantità di sostanze sottratte al mercato. Appare allora necessario guardare anche a quanti vengono fermati e/o arrestati, al fine di chiedersi se l’applicazione delle leggi produca conseguenze differenti a seconda dell’origine delle persone.

Secondo l'EMLER, sarebbe proprio questo l’attuale scenario riscontrabile in diversi Paesi. Africani e persone di origine africana risultano esposti in maniera sproporzionata alla profilazione razziale, ai controlli di polizia, all’uso della forza e alla detenzione. Il rapporto ricostruisce le radici storiche di questo fenomeno, dall’eredità del colonialismo alla progressiva associazione di determinate sostanze con specifici gruppi sociali ed etnici, fino alla militarizzazione del contrasto alle droghe e alla stagione della War on Drugs.

Il documento individua quattro radici storiche principali alla base della profilazione razziale: colonialismo e schiavitù; “razzializzazione” delle sostanze; costruzione del sistema internazionale proibizionista; militarizzazione della cosiddetta guerra alla droga.
Viene ricordato, ad esempio, come nella storia alcune sostanze siano state associate a specifiche popolazioni - come nel caso della Southern Strategy al servizio della propaganda nixoniana, contribuendo alla costruzione di stereotipi che collegavano droghe, razza e criminalità.

Una storia che non riguarda soltanto gli Stati Uniti, paese storicamente e costantemente alle prese con la questione razziale.
Un passaggio del documento riguarda infatti espressamente il nostro Paese: all'interno del Paragrafo 39, gli esperti hanno osservato come l’approccio punitivo alle droghe adottato in Italia ponga questioni rilevanti sul piano dei diritti umani e possa avere conseguenze sproporzionate sui gruppi sociali di origine africana.

Come a più riprese sottolineato, l'approccio punitivo all'enforcement delle leggi sulle droghe ha sollevato significative preoccupazioni in materia di diritti.
Il documento prende atto anche di una peculiarità della legislazione italiana: il possesso di sostanze per uso personale, pur non costituendo reato, non è esente da conseguenze amministrative - queste ultime in grado di incidere in maniera concreta sulla vita delle persone.

In termini generali, il report invita in particolar modo a non considerare la discriminazione come un episodio isolato che può verificarsi durante un controllo di polizia. Le disparità possono accumularsi lungo l’intera catena della giustizia penale che va dall’identificazione alla detenzione, passando attraverso perquisizione, arresto e procedimento giudiziario.

A questo si aggiungono altre condizioni che possono sovrapporsi all’origine etnica. Essere migrante, donna, minorenne o trovarsi in una situazione di povertà può aumentare ulteriormente l’esposizione a pratiche discriminatorie.
C’è poi una questione destinata ad assumere sempre maggiore importanza: l’utilizzo di algoritmi e sistemi predittivi nelle attività di polizia. Se questi strumenti vengono addestrati utilizzando dati storici prodotti da pratiche già discriminatorie - avverte l'EMLER, il rischio è che la tecnologia non corregga quelle distorsioni ma finisca per riprodurle, attribuendo loro una nuova apparente oggettività.
Se, in sintesi, la tecnologia cambia, il pregiudizio può invece mantenersi intatto.

Secondo i ricercatori, l'approccio militarizzato ha favorito uso eccessivo della forza, raid violenti, detenzioni arbitrarie e sovraffollamento penitenziario, senza che ciò abbia però prodotto riduzioni durature o significative di domanda e offerta.
Al contrario, l'approccio repressivo ha generato costi significativi in termini di diritti umani, salute, mezzi di sostentamento e violenza, soprattutto per le popolazioni marginalizzate.
Un'altra conseguenza riguarda la salute: criminalizzazione e repressione possono rendere più difficile l'accesso a riduzione del danno, trattamento e servizi di salute mentale.

Il documento non si limita però alla diagnosi delle criticità. Tra le raccomandazioni rivolte agli Stati c’è la revisione delle leggi e delle pratiche che producono effetti discriminatori, insieme a un maggiore controllo indipendente sull’attività delle forze dell’ordine e alla raccolta di dati capaci di far emergere eventuali disparità.
Ma il passaggio politicamente più significativo chiama in causa diretta le politiche sulle droghe: l'EMLER raccomanda di depenalizzare l’uso e il possesso per uso personale e di ampliare il ricorso a risposte non detentive, volontarie e basate sulla comunità.

Non si tratta di un’indicazione isolata. Da tempo all’interno delle Nazioni Unite si è consolidata una lettura delle politiche sulle droghe che affianca agli obiettivi di controllo delle sostanze quelli di tutela della salute e dei diritti umani. La posizione comune del sistema ONU insiste sulla necessità di politiche equilibrate, fondate sulle evidenze e rispettose dei diritti fondamentali.
Il nuovo rapporto aggiunge un tassello: una politica sulle droghe deve essere valutata anche sulla base delle disuguaglianze che produce o rafforza.

Ed è proprio in tale contesto che emerge una delle maggiori problematiche riscontrate dal gruppo di studio. I dati italiani risultano non sufficientemente disaggregati per razza o origine etnica: una lacuna che, secondo gli esperti ONU, rende più difficile stabilire dimensioni e caratteristiche delle eventuali disparità nell’applicazione delle norme.

Come sottolineato dall’EMLER, l’assenza di dati adeguati non sottintende l’assenza della questione, quanto piuttosto quella degli strumenti adeguati a comprendere se e quanto il fenomeno sia esteso.
È senza dubbio questo il punto più concreto del richiamo delle Nazioni Unite per il nostro Paese. Prima ancora di discutere quale modello di regolamentazione adottare, bisogna essere in grado di misurare gli effetti di quello esistente.
Sapere quante persone vengono fermate, denunciate, sanzionate o incarcerate per fatti legati alle droghe è indispensabile. Ma ciò non basta, se quei numeri non permettono di capire quali gruppi siano maggiormente esposti all’intervento delle forze dell’ordine e quali siano le conseguenze sociali delle sanzioni.

Nelle sue conclusioni, l’agenzia ONU invoca una trasformazione strutturale: le politiche sulle droghe dovrebbero allontanarsi da modelli punitivi, militarizzati e centrati sull'enforcement, per orientarsi verso diritti umani, salute pubblica, giustizia razziale e partecipazione delle comunità interessate.
Viene inoltre chiesto di vietare la pratica del racial profiling, così come di creare organismi indipendenti di controllo sull'operato delle forze dell'ordine, garantendo allo stesso tempo accesso all'assistenza legale e ampliamento delle alternative alla detenzione.

Per quanto riguarda l’Italia, il rapporto porta all’interno del dibattito una questione che troppo spesso resta ai margini: la politica sulle droghe non riguarda soltanto quali sostanze siano vietate e quali pene siano previste, ma anche il modo in cui quelle norme vengono applicate e le persone sulle quali finiscono per impattare maggiormente.
Raccogliere dati maggiormente accurati, verificare l’esistenza di disparità e valutare se l’attuale sistema sanzionatorio sia in grado di produrle appare allora una condizione necessaria per elaborare politiche rispettose dei diritti umani. Senza queste informazioni, discutere dell’efficacia e dell’equità della legislazione italiana sulle droghe rischia di costituire nulla più che un atto ozioso.

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